Morire per il lavoro è solo una questione di sinistra?
di Carlo Sorgi*
Ho partecipato a molti incontri per illustrare i temi dei referendum dell’8 e 9 giugno.
Partivo nei miei interventi sempre con l’immagine di una torta e dicevo: “dividete una torta a metà e una delle due dividetela ancora in due. Quelli siamo noi, circa il 25% di progressisti . Per vincere il referendum dobbiamo prendere una fetta dell’altro quarto ( il fronte del centro-destra ) e una fetta della metà ( le astensioni). Solo così potremo arrivare a coprire metà torta per arrivare al quorum del 50% + 1”.
Ritenevo in tutta onestà che il risultato, per quanto difficilissimo, potesse essere raggiunto se solo avessimo avuto la forza di informare tutti gli elettori dei contenuti dei referendum. Come esempio ho scritto un articolo dal titolo : Morire per lavoro è di destra o di sinistra? ( [1] )
Il bavaglio ai mezzi di informazione è stato il nemico più grande che ha impedito la corretta comunicazione dei contenuti dei referendum. Chi ha il potere sa come utilizzarlo.
C’era qualche sintomo positivo, andavo all’Università, a parlare del referendum sulla cittadinanza, e vedevo giovani interessati.
Poi sabato 7 giugno a Roma alla manifestazione per Gaza di fronte a quella marea di persone non si poteva che avere il cuore pieno di orgoglio e, perché no, di speranza. Ma forse è stato quello il canto del cigno perché quella manifestazione se ha visto moltissimi giovani impegnati per la pace ha visto anche i partiti, che la organizzavano, salire, per altro legittimamente, con i loro segretari sul palco e fare riferimento ai referendum invitando a votare. Non poteva che essere così. Però a quel punto doveva essere chiaro che i referendum si politicizzavano sempre più, come esattamente voleva la destra, e diventavano qualcosa che aveva a che vedere con i partiti progressisti e la torta tornava ad essere formata quasi esclusivamente dal primo quarto o poco più. Quindi impossibile vincere così i referendum.
Due possono essere le analisi del voto referendario, una da elettore del centro sinistra e una da cittadino.
Iniziamo con la prima, la lettura da elettore. Già il 30% come risultato finale appare in questo senso un ottimo dato rispetto al peso politico elettorale del centro sinistra. Parliamo ovviamente del peso valutando il dato dei votanti effettivi perché se consideriamo la fisiologica astensione che possiamo oramai collocare intorno al 50% ( ultimo dato alle europee 2024 astensione oltre tale soglia ) allora su un corpo elettorale effettivo di 23 milioni (dati 46 milioni come intero corpo elettorale ) i 14 milioni di elettori votanti nel referendum costituiscono il 60% di questo corpo elettorale.
Qui però si esauriscono gli aspetti positivi. Torniamo con la lente del cittadino che ambisce al progresso sociale e civile del paese, o almeno vorrebbe evitare un arretramento dei diritti civili.
Il dato appena ricordato dei votanti non può essere una consolazione perché abbiamo perso in maniera inequivocabile. Infatti l’obiettivo era abrogare delle norme e non fare il braccio di ferro con il centro destra, anche perché la competizione era drogata dalle astensioni troppo rilevanti per rendere i dati credibili. Questo lo sapevamo ma allora sbagliato fare dei referendum una occasione di scontro politico destra-sinistra . La frase:” diamo una spallata al governo Meloni” ([2] ) ha fatto più danni del caldo della domenica del voto. Un approccio del genere voleva necessariamente dire contarsi nei rispettivi schieramenti. Lo hanno intuito gli elettori di centro destra che a quel punto non sono andati a votare per i referendum “ di sinistra” e lo hanno capito anche quasi tutti quelli che si astengono perché stanchi dei partiti. Quindi nonostante avessimo dei motivi ottimi per ogni quesito ( il confronto nel merito infatti era inesistente ) non siamo riusciti ad ottenere il risultato per il quale in tanti ci siamo impegnati.
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